4) Rousseau. Il problema politico.

Incontriamo in questa lettura una delle pi famose frasi di
Rousseau: L'uomo  nato libero e dappertutto  in catene. Da
questa constatazione deriva l'invito del filosofo alla ribellione
e alla rivolta per riconquistare la libert politica perduta.
J.-J. Rousseau, Il contratto sociale, primo, 1 (pagina 292).

L'uomo  nato libero e dappertutto  in catene. Persino chi si
crede il padrone degli altri non  meno schiavo di costoro. Come
si  prodotto questo mutamento? Lo ignoro. Che cosa lo pu rendere
legittimo? Credo di poter rispondere a questa domanda.
Se considerassi soltanto la forza, e l'effetto che ne deriva,
direi: fino a che un popolo  costretto ad obbedire e obbedisce,
fa bene; non appena pu scuotere il giogo e lo scuote, fa ancor
meglio; poich, riacquistando la propria libert in base al
medesimo diritto in base al quale gli  stata tolta, o 
legittimato a riprendersela ovvero non si era legittimati a
togliergliela. Ma l'ordine sociale  un diritto sacro, che serve
di fondamento a tutti gli altri. Tuttavia questo diritto non viene
dalla natura; esso  dunque fondato su convenzioni. Si tratta di
sapere quali siano queste convenzioni_.
Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1968, volume
quindicesimo, pagina 877.

G. Zappitello, Antologia filosofica, 2. Quaderno secondo/7.
Capitolo Dodici/2.
5) Rousseau. Il contratto sociale.

Dopo aver constatato che ad un certo punto della storia lo stato
di natura era divenuto impossibile da mantenere, Rousseau propone
un nuovo contratto sociale, in cui gli individui si dovranno
affidare completamente alla comunit..
J. J. Rousseau, Il contratto sociale, primo, 6  (pagina 293).

Supponiamo gli uomini giunti al punto in cui gli ostacoli che si
oppongono al loro mantenimento nello stato di natura prevalgono,
con la loro resistenza, sulle forze che ogni individuo pu
impiegare per mantenersi in tale stato: in tal caso lo stato
primitivo non pu pi sussistere e il genere umano perirebbe se
non cambiasse il proprio modo di essere.
Ora, poich gli uomini non possono generare nuove forze, ma
soltanto unire e dirigere quelle esistenti, essi non hanno pi
altro mezzo, per conservarsi, che quello di formare, per
aggregazione, una somma di forze che possa prevalere sulla
resistenza dei surricordati ostacoli, e di mettere in moto
mediante un solo principio di azione e di farle agire di concerto.
Questa somma di forze non pu nascere che dal concorso di pi
individui: ma poich la forza e la libert di ciascun uomo sono i
primi strumenti della sua conservazione, come potr egli
impegnarle senza nuocere a se stesso e senza trascurare le cure
che deve a se stesso? Questa difficolt, riportata alla questione
che mi son posta, pu enunciarsi nei seguenti termini: Trovare
una forma di associazione che difenda e protegga con tutta la
forza comune la persona e i beni di ogni associato, e mediante la
quale ognuno, unendosi a tutti, non obbedisca tuttavia che a se
stesso e resti libero come prima. E' questo il problema
fondamentale, di cui il contratto sociale d la soluzione.
Le clausole di questo contratto sono talmente determinate dalla
natura dell'atto, che una pur minima modificazione le renderebbe
vane e prive di qualsiasi effetto; di guisa che, sebbene non siano
forse mai state enunciate formalmente, esse sono ovunque le
medesime, ovunque tacitamente ammesse e riconosciute, fino al
momento in cui, per esser stato il patto sociale violato, ognuno
rientra nei suoi diritti originari e riprende la sua libert
naturale, perdendo la libert convenzionale per ottener la quale
aveva rinunciato alla prima.
Queste clausole si riducono tutte, se correttamente intese, ad una
sola, cio all'alienazione totale di ogni associato, con tutti i
suoi diritti, a tutta la comunit. Infatti, in primo luogo, poich
ognuno si d tutto intiero, la condizione  uguale per tutti, ed
essendo la condizione uguale per tutti, nessuno ha interesse a
renderla gravosa agli altri.
Inoltre, poich l'alienazione si fa senza riserve, l'unione 
tanto perfetta quanto pu esserlo e nessun associato ha pi
alcunch da pretendere. Se rimanesse infatti qualche diritto ai
singoli, poich non vi sarebbe alcun superiore comune in grado di
pronunciarsi tra di essi e il pubblico, ognuno, essendo sotto
qualche aspetto giudice di se stesso, pretenderebbe ben presto di
esserlo in tutto; ma allora continuerebbe a sussistere lo stato di
natura e l'associazione diverrebbe necessariamente tirannica o
vana.
Infine, ognuno, dandosi a tutti, non si d a nessuno, e poich non
vi  nessun associato sul quale non si acquisti lo stesso diritto
che gli si cede su di s, si guadagna l'equivalente di tutto ci
che si perde e una maggior forza per conservare ci che si ha.
Se dunque si toglie al patto sociale ci che non  inerente alla
sua essenza, si trover che esso si riduce ai termini seguenti:
Ognuno di noi mette in comune la propria persona e tutto il
proprio potere sotto la direzione suprema della volont generale;
e a nostra volta riceviamo nel corpo collettivo ogni membro come
parte indivisibile del tutto.
Questo atto di associazione d vita istantaneamente, in luogo
della persona particolare di ogni contraente, a un corpo morale e
collettivo composto di tanti membri quanti sono i voti
dell'assemblea; da questo stesso atto tale corpo riceve la propria
unit, il proprio io comune, la propria vita e la propria volont.
Questa persona pubblica, che si forma cos mediante l'unione di
tutte le altre, prendeva un tempo il nome di Citt, oggi prende
quelli di Repubblica o di corpo politico; viene chiamata dai suoi
membri Stato quando  passiva, Sovrano quando  attiva, Potenza
quando  posta in relazione con quelle a lei simili. Per quanto
riguarda gli associati, essi prendono collettivamente il nome di
popolo, e si chiamano in particolare cittadini, in quanto
partecipano all'attivit sovrana, e sudditi, in quanto soggetti
alle leggi dello Stato. Ma questi termini vengono spesso confusi e
scambiati tra loro; basta saperli distinguere quando vengono
adoperati in tutta la loro precisione.
Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1968, volume
quindicesimo, pagine 887-889.

G. Zappitello, Antologia filosofica, 2. Quaderno secondo/7.
Capitolo Dodici/2.
6) Rousseau. La volont generale.

Secondo Rousseau solo la volont generale pu guidare lo Stato a
realizzare il bene comune. La sovranit, inalienabile e
indivisibile, deve esprimersi in un essere collettivo. Non si pu
corrompere il popolo, ma si pu ingannarlo. La volont generale
infine non corrisponde alla volont di tutti, che  la somma di
interessi privati, che devono essere banditi.
J.-J. Rousseau, Il contratto sociale, secondo, 1; secondo, 2;
secondo, 3  (pagine 293-294).

La volont generale soltanto pu dirigere le forze dello Stato
secondo il fine per cui questo  stato istituito, cio il bene
comune; infatti, se l'opposizione degli interessi particolari ha
reso necessaria l'istituzione della societ, questa a sua volta 
stata resa possibile dalla concordanza di quei medesimi interessi.
Proprio ci che vi  di comune in questi diversi interessi forma
il vincolo sociale, e se non vi fosse qualche punto sul quale
tutti gli interessi si accordassero, nessuna societ potrebbe
esistere. Orbene  unicamente sulla base di questo interesse
comune che la societ deve essere governata.
Sostengo pertanto che, non essendo la sovranit altro che
l'esercizio della volont generale, essa non pu mai venire
alienata, e che il sovrano, non essendo altro che un essere
collettivo, non pu venir rappresentato se non da se stesso: il
potere pu venir trasmesso, ma non la volont.
Infatti, se non  impossibile che una volont particolare si
accordi su qualche punto con la volont generale,  peraltro
impossibile che tale accordo sia durevole e costante, poich la
volont particolare tende per sua natura alle preferenze e la
volont generale all'eguaglianza_ Il sovrano pu bens dire: io
voglio attualmente ci che vuole tale uomo o per lo meno ci che
egli afferma di volere; ma non pu dire: ci che quest'uomo vorr
domani lo vorr a mia volta, poich  assurdo che la volont si
ponga dei vincoli per l'avvenire e poich non dipende da alcuna
volont di consentire a qualcosa di contrario al bene dell'essere
che vuole. Se dunque il popolo promette semplicemente di obbedire,
con questo atto esso si dissolve, perde la propria qualit di
popolo; non appena vi  un padrone non vi  pi sovrano, e da quel
momento il corpo politico  distrutto [_].
Per la stessa ragione per cui la sovranit  inalienabile, essa 
indivisibile. La volont infatti o  generale o non lo ;  quella
del corpo del popolo, o soltanto di una sua parte. Nel primo caso,
questa volont dichiarata  un atto di sovranit e costituisce
legge; nel secondo, non  che una volont particolare o un atto di
magistratura: tutt'al pi si tratta di un decreto [_].
La volont generale  sempre retta e tende sempre alla pubblica
utilit; ma da ci non consegue che le deliberazioni del popolo
abbiano sempre la stessa rettitudine. Si vuole sempre il proprio
bene, ma non sempre lo si vede; non si corrompe mai il popolo ma
sovente lo si inganna, ed  solamente in tal caso che esso sembra
volere ci che  male.
Spesso vi  una gran differenza fra la volont di tutti e la
volont generale: questa ha di mira soltanto l'interesse comune,
l'altra ha di mira l'interesse privato e non  che una somma di
volont particolari; ma se da queste stesse volont si tolgono i
pi e i meno che si annullano fra loro, come somma delle
differenze rimane la volont generale.
Se, quando il popolo sufficientemente informato delibera, i
cittadini non avessero alcuna comunicazione tra di loro, dalle
molteplici piccole differenze risulterebbe sempre la volont
generale, e la deliberazione sarebbe sempre buona. Ma quando
sorgono delle consorterie, delle associazioni parziali a spese
della grande associazione, la volont di ognuna di queste
associazioni diventa generale nei confronti dei suoi membri e
particolare nei confronti dello Stato. Si pu dire allora che non
vi sono pi tanti votanti quanti sono gli uomini, ma soltanto
quante sono le associazioni. Le differenze divengono meno numerose
e danno un risultato meno generale. Infine, quando una di queste
associazioni  cos grande da superare tutte le altre, non si ha
pi come risultato una somma di piccole differenze, ma una
differenza unica; non vi  pi allora una volont generale, e
l'opinione che ha il sopravvento non  che una opinione
particolare.
Occorre quindi, per avere l'espressione vera della volont
generale, che non vi sia nello Stato alcuna societ parziale e che
ogni cittadino pensi con la propria testa_.
Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1968, volume
quindicesimo, pagine 892-894.
